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Quando Michel Legrand, professore di psicologia sociale dell'Università di Louvain, scese in Italia nel 1979, attratto dalla buona novella che “qualcuno vi aveva trovato una soluzione alla follia non fondata sulla terapia ma sulla trasformazione dei rapporti sociali” (Legrand, 1988), visitò le cattedrali della nuova psichiatria. Egli trovò a Perugia, oltre il superamento dell'ospedale psichiatrico (come a Gorizia e a Parma) e la costruzione di una rete di servizi extraospedalieri (come a Reggio Emilia e ad Arezzo), la riscoperta dello specifico della sofferenza psichica. Le parole psicoterapia e psicoanalisi non erano stigmatizzate come avveniva in altri luoghi della rivoluzione psichiatrica, ma corrispondevano a pratiche perfettamente compatibili con una logica antistituzionale.
Che cosa era successo a Perugia per dar luogo a un lavoro di rinnovamento della psichiatria del tutto diverso da quello portato avanti a Gorizia, a Parma, ad Arezzo, e poi a Trieste, ma tuttavia del tutto omogeneo nell'impegno contro la vecchia psichiatria manicomiale?
Innanzi tutto Perugia era restata fuori dal movimento basagliano, anche a causa delle vicende politiche che avevano fatto, per un certo periodo, di Psichiatria democratica l'avversario del Partito Comunista Italiano, dai cui amministratori locali aveva preso l'avvio la rivoluzione perugina. Ma neppure dopo la pacificazione all'interno della sinistra vi era stato un aumento dell'influenza di Psichiatria democratica sul movimento perugino. Aveva pesato soprattutto il fatto che la psichiatria di Perugia si era sviluppata, fin dall'inizio, secondo una pluralità di punti di vista, con una tolleranza verso gli interessi culturali e scientifici che giungevano dall'esterno.