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Molti sono gli elementi che concorrono alla nostra identità di psicoanalisti. Fra questi mi sembra di grande importanza, e di impeccabile fascino, considerare con Bion che la psicoanalisi allarga il campo che esplora (Bion, 1965) e che non dobbiamo temere di dirigere il telescopio analitico nelle zone più diverse. Si tratterà di allestire, e non è facile, particolari setting di ricerca confortati dalla grande mole di scritti (più o meno la metà dell'intera opera) che Freud dedicò ad aree solo fisicamente distanti dalla stanza d'analisi. La fantasia e il rigore che due psicoanalisti italiani, Francesco Corrao e Franco Fornari, hanno esercitato in questa direzione sono stati un decisivo stimolo a questo scritto.
Un paziente che periodicamente si ricovera nel reparto psichiatrico dove lavoro, iniziava recentemente a parlarmi dicendo: “Ma perché nella Bibbia tutti quei mille e mille anni che Dio e Adamo hanno passato felici insieme, da soli, sono raccontati in due righe, e poi cominciano subito i guai col serpente con Eva e Caino e Abele e il Diluvio, per tutto il resto del libro che é alto una spanna?”.
Credo che, fra tante altre cose, volesse alludere alla necessità di uno spazio simbiotico fra noi, al riparo dai tanti oggetti bizzarri del suo mondo interno, ma anche dai troppi rumori che il sottofondo della vita di reparto ci impone.
Ed in fondo anch'io devo fare i conti con l'ultra decennale dibattito sulla convergenza dei vertici psichiatrici e psicoanalitici e con la stessa ambigua ricchezza della mia doppia identità.
In questo lavoro intendo privilegiare come luogo del discorso il reparto psichiatrico ma vorrei annullare, come il paziente della Bibbia, la Babele di immagini