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Tra i vari articoli relativi alle teorie psicoanalitiche e ai paradigmi che le riguardano, segnalo per primo quello di S. Mitchell (“The analyst's knowledge and authority”), che riprende il tema della conoscenza e dell' autorità dell'analista, rispondendo agli autori che avevano partecipato al dibattito su un numero monografico del Quarterly nel 1996. Secondo Mitchell, il tipo di conoscenza e di autorità che l'analista può dire di avere consiste nella capacità di attribuire senso, nell'autoriflessione e nell'organizzazione-riorganizzazione delle esperienze.
Dai tempi di Freud ad oggi la natura della conoscenza è molto cambiata: allora la conoscenza scientifica forniva direttamente autorità all'analista. La pretesa dell'esistenza di un'unica conoscenza e l'autoritarismo delle istituzioni psicoanalitiche ha provocato una specie di totale relativismo o di democrazia epistemologica che sono altrettanto negativi. I due estremi tra i quali la psicoanalisi oscilla sono da una parte un oggettivismo scientifico anacronistico e dall'altra un relativismo irresponsabile.
Per Mitchell la comprensione della mente propria o altrui, non in senso oggettivo e assoluto, è la migliore congettura possibile che può essere fatta da quel particolare analista in quella particolare esperienza e nel contesto di quella particolare configurazione transfert-controtransfert. Le congetture sul paziente derivano non da una teoria aprioristica ma dalle risposte controtransferali dell'analista, il quale ovviamente possiede anche un modello che rende possibile l'organizzazione dell'esperienza conscia e inconscia del paziente in uno tra i molti possibili modi. La capacità dell'analista sta fondamentalmente nella sua comprensione di un processo, di ciò che accade quando una persona comincia a esprimere e riflettere sulla propria esperienza in presenza di un ascoltatore allenato e in un contesto altamente strutturato quale è la situazione analitica. Mitchell sottolinea chiaramente che la relazione analitic