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Il luogo: la Casa Piedra, un grande edificio, situato nella zona residenziale della città, un po' freddo, date le grandi aperture sull'esterno e la stagione, ma, inquinamento permettendo, con magnifica vista sulle Ande, fresche di recente nevicata.
L'impianto scientifico del Congresso era costituito da tre relazioni principali — sufficientemente rappresentative di modelli diversi fra loro — svolte rispettivamente da André Green (Parigi), da Robert Emde (Denver, Colorado) e da Max Hernández (Lima). Ogni relazione teorica era seguita, nella stessa mattinata, da un contributo clinico, affidato rispettivamente a Ana Maria Andrade de Azevedo (São Paulo), a James M. Herzog (Newton Centre, Massachusetts) e a John Steiner (Londra). Inoltre le due presentazioni della mattina, teorica e clinica, erano seguite dal commento di tre discussant.
Occorre dire che una mattinata così concepita ha praticamente annullato le possibilità di intervento dalla sala, mentre non sempre si è mostrata adeguata ad esporre un reale dibattito tra posizioni teoriche diverse. Nel pomeriggio, in forme varie, sono stati presentati numerosi lavori, i cui abstract sono riportati nel programma definitivo (una copia è consultabile presso la segreteria SPI di Milano). Anche qui, pur mettendoci nei panni, non certo comodi, degli organizzatori, ci chiediamo se una simile passerella di lavori, alcuni dei quali non hanno visto più di sette o otto partecipanti, sia realmente utile allo scambio di informazioni scientifiche.
Riprenderemo brevemente — per entrare nel clima del Congresso — le tre relazioni teoriche principali (pubblicate sull'Int. J. Psycho-Anal., 1999, 80, 2) per dare maggior spazio alle presentazioni cliniche e a qualche panel al quale abbiamo partecipato.
Green ci è parso convinto di portare oltre oceano una parola tanto profetica, quanto destinata a non essere ascoltata, raccolta, capita. Questo ha infiltrato il suo discorso di un affetto di amarezza che lo ha reso a volte difficile da assaporare