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Il 2 ottobre si è svolto a Verona, presso il Centro Medico Culturale “G. Marani”, il terzo Convegno organizzato dall'Associazione Itinerari Psicoanalitici, il cui titolo quest'anno era: “Alle radici dell'odio”.
La questione fondamentale che si è imposta con evidenza durante i lavori congressuali è stata la distinzione tra i concetti di violenza e di odio. Non a caso, penso, questi interrogativi si pongono in modo incalzante, proprio perché la violenza sta acquistando un posto di sempre maggior rilievo negli avvenimenti politici, nei comportamenti sociali, nell'infittirsi di patologie che sempre più spesso propongono il problema dell'agito al posto della mentalizzazione e dell'elaborazione psichica.
La violenza, ci dicono Manfredi Turillazzi, Bertolini, Giaconia, Settelen e Mancia, si trova, come d'altronde indica il titolo del Convegno, alle radici dell'odio, cioè nella preistoria dell'individuo, quando le componenti precoci, gli abbozzi di quella che diventerà la struttura psichica della persona, molto risentono della incompleta distinzione del bambino rispetto alla madre. Solo se queste espressioni istintuali al limite con il biologico vengono integrate a livello pulsionale si può parlare di odio - concetto che presuppone la relazione con un oggetto - e di aggressività, più o meno incanalata nell'impasto libidico.
Sono queste fasi precoci il tema della relazione di Mario Bertolini (A.I. Psi.): “Odio e uso dell'oggetto”. In questo stadio evolutivo l'odio non può ancora esistere perché il bambino non è in grado di riconoscere l'oggetto come distinto da sé. Con Winnicott, Bertolini ricorda che è il soggetto che crea l'oggetto. All'inizio il bambino sente che, se l'oggetto fosse cattivo, egli non potrebbe sopravvivere. Per questo si adatta all'oggetto, senza tuttavia incontrarlo veramente. Prima di sentire odio, compare una sua “coloritura”, che si evidenzia quando il bambino avverte che l'oggetto è fuori dal suo controllo.