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“La scrittura, in origine”, dice Freud (1929) nel Disagio della civiltà, “è la voce dell'assente”.
Questa volta, purtroppo, la “voce dell'assente” è quella di Pier Mario Masciangelo. Maestro impareggiabile, profondo conoscitore di Freud, amico sincero, Masciangelo non è più fra noi.
Eppure la sua “voce”, scritta e parlata, risuona ancora dentro, fra chi ha avuto modo di conoscerlo. La sua voce è viva, ad esempio, fra i componenti di un gruppo di colleghi del Centro Veneto (1) che ha avuto l'occasione e il vantaggio di effettuare con lui una supervisione di casi clinici nell'arco di qualche anno, e che ha vissuto la sua scomparsa con dolore e autentico senso di perdita. A me in particolare, che ho avuto Masciangelo come primo supervisore del mio training psicoanalitico, l'effetto principale è stato l'avvertire - dopo l'immediato dispiacere per la triste notizia - un profondo senso di nostalgia, un vissuto struggente di mancanza, reso più acuto dal non avere avuto la possibilità di rivederlo prima che se ne andasse per sempre.
Nostalgia di incontrarlo, come ci eravamo ripromessi telefonicamente pochi giorni prima della sua morte, di parlare con lui, rimproverandogli forse ancora, in maniera affettuosa, di avere oltrepassato quei “confini” che l'avevano portato sempre più stabilmente in Svizzera e che avevano reso più difficoltosi i nostri incontri; ma anche rimproverandomi di non essere stato capace di rendergli più frequentemente visita, come l'affetto e la stima per lui avrebbero richiesto e meritato. Nostalgia di discutere con lui, adesso che le nostre strade si erano diversificate, di quegli aspetti teorico-clinici che costituiscono tuttora le fondamenta della mia psicoanalisi;