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C'è un fenomeno che si è ripetuto più volte nella storia della psicoanalisi clinica: un qualche aspetto che all'inizio viene considerato increscioso, malvisto, scomodo, col tempo diventa oggetto di attenzione e studio, al punto che il suo significato cambia di segno: da variabile negativa da eliminare diventa strumento positivo di evoluzione tecnica.
Il primo di questi intralci è stato il transfert. È inutile dire quanto esso sia diventato ben presto il fulcro del trattamento analitico.
Poi c'è stato il controtransfert. Dopo una fase iniziale in cui esso era considerato un serio ostacolo al lavoro analitico, a partire dagli anni '50 ha cominciato a svilupparsi un nuovo tipo di concettualizzazione. Sulla scia dei lavori di P. Heimann in Gran Bretagna e di Racker in Argentina, la risposta controtransferale è stata sempre di più considerata — soprattutto in Europa e in Sud America — non tanto un ostacolo, quanto una sonda per esplorare l'inconscio del paziente. È andata così sviluppandosi una “nuova teoria del controtransfert” (Turillazzi Manfredi, 1989), che ha determinato in breve tempo una svolta molto rilevante sul piano clinico. Sebbene l'evoluzione tecnica e concettuale si sia risolta di fatto in una molteplicità di tendenze (Turillazzi Manfredi, 1994, cap. 8), è indubbio che oggi il controtransfert costituisce un terreno comune condiviso fra tutte le scuole di psicoanalisi, al di qua e al di là dell'Atlantico (Gabbard, 1995).