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Sembra che la psicoanalisi non possa davvero evitare di ritornare incessantemente sul problema delle costruzioni. Forse ciò avviene per l'ampiezza delle questioni contenute in questo snodo semantico; per il valore quasi metonimico di un tema che ha finito per rappresentare la dimensione analitica nel suo duplice referente clinico e teorico.
Si potrebbe sostenere per di più che il dibattito sulle costruzioni sia stato per la psicoanalisi italiana in particolare, ma non solo, un momento di ridefinizione della propria identità. Penso ad esempio a numerosi lavori degli anni '80 (1), dove le dimensioni della relazione e del rapporto (pensabili, grosso modo, come il piano indistinto e differenziato della coppia analitica) s'intersecavano nell'irriducibilità del soggetto all'individuo psichico, evidenziandone lo statuto provvisorio, l'emersione temporanea, la trama di “fasci relazionali”, e dove le dinamiche trasformazionali venivano a costituire una connessione fra aree dotate di differenti livelli organizzativi. O, ancora, ai lavori miei e di Napolitano (Costruire e ricostruire, 1994 e Freud lei e l'altro, 1998) e a Chianese (Costruzioni e campo analitico, 1997), per indicare solo alcuni dei momenti tesi a delineare l'intreccio fondante fra campo emotivo e percorsi costruttivi, fra processualità senza soggetto ed emergenze (della dimensione soggettuale stessa) intese come ritagli di una dimensione energetica. Non è nemmeno un caso se questa scelta teorica abbia spinto me e Napolitano, in particolare, ad utilizzare nell'esercizio della scrittura