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Per come è descritta nell'articolo di Freud del 1937, la costruzione nell'analisi pone molti problemi ancora irrisolti. In primo luogo si tratta di sapere che cosa ne determina la specificità: si tratta solamente di una questione di abbondanza di parole, di uno stile indiretto e metaforico, di una elaborazione secondaria più distante dal materiale rispetto alle altre modalità di interpretazione, come affermano tra gli altri Laplanche e Pontalis (1973)? In secondo luogo c'è la completa divergenza tra Freud e la maggior parte degli analisti attuali riguardo il valore da attribuire alla costruzione. Per il Freud del 1937, la costruzione è più importante dell'interpretazione, al punto che si duole che si parli così poco (già alla sua epoca) di costruzioni nei resoconti di analisi, dal momento che spesso il termine costruzione gli sembrava più appropriato di quello di “interpretazione”. Da molti analisti contemporanei, invece, la costruzione è considerata con una certa diffidenza, o perché troppo astratta, meno valorizzata e valorizzante dell'interpretazione di transfert nell'hic et nunc (per gli anglo-sassoni), o perché comporta un forte rischio di suggestione o di seduzione da parte dell'autorità del “sapere” dell'analista (per gli autori francesi).
In Francia il famoso dibattito suscitato nel 1970 dal libro di S. Viderman Costruzione dello spazio analitico, ha finito per volgersi a svantaggio della costruzione, sospettata di trascurare la verità storica (F. Pasche), o di favorire