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La vita di numerosi profughi costretti all'esilio è caratterizzata dalla rottura e dalla perdita: rottura dei legami con la famiglia e la cultura originarie, morte violenta di amici e di parenti, rottura dell'identità legata alla propria cultura; nel caso di traumi, perdita del Sé sano precedente e spesso perdita della fiducia e della speranza nel futuro (Lavik et al., 1995). Molti di loro vivono con una realtà interna seconda, dissociata o scissa, connessa ai traumi massivi subiti in guerra o in carcere. Le circostanze dell'esilio, quali la mancanza di lavoro, di un alloggio adeguato, il razzismo ecc., possono essere estremamente stressanti e sono talvolta di per sé traumatizzanti. Nondimeno, nelle popolazioni profughe osserviamo anche un adattamento creativo. Nonostante le condizioni sfavorevoli, le scarse risorse e i potenti ostacoli psicologici, molti si adattano alla nuova cultura, imparano la lingua e spesso acquisiscono nuove conoscenze, pur dovendo sopperire alle necessità di una famiglia estesa. Diventano dei sopravvissuti in esilio, come lo erano durante il periodo della persecuzione (Varvin e Hauff, 1998).
La scelta di adoperare termini come “vittima” o “sopravvissuto” per chi è sopravvissuto alla tortura è oggetto di discussione. I due termini hanno una forte connotazione emotiva e sono ulteriormente appesantiti da associazioni con strategie adattive o potenzialmente patologiche. Penso però che, in termini di polarità, i due vocaboli esprimano alcuni dilemmi vissuti dai pazienti traumatizzati.