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“Effettivamente questi nostri concittadini del mondo non sono per nulla caduti tanto in basso quanto supponevamo e ciò per il semplice fatto che non si trovavano prima alle altezze che avevamo immaginato”
“L'epoca in cui viviamo è davvero singolare. Ci rendiamo conto con sorpresa che il progresso ha stretto alleanza con la barbarie”
Convivere con un contesto catastrofico e condividerlo crea nella mente del terapeuta percorsi mentali e modalità difensive analoghe, ma non uguali, a quelle delle vittime, primo fra tutti l'estinguersi del desiderio iniziale di comunicare l'esperienza in una rinuncia silenziosa che passa, prima attraverso il dubbio sulla propria capacità di superare lo iato fra il linguaggio normale e la qualità specifica delle esperienze subite, e poi attraverso il dubbio per la consapevolezza che l'ascoltatore o il lettore sono estranei al contesto catastrofico in cui si situano eventi ed esperienze (Kijak e Funtowicz, 1982 e Kijak e Pelento, 1984). La resistenza più profonda a comunicare è però connessa al custodirsi dell'esperienza e sofferenza vissuta in aree scisse della mente: parlare o scrivere significa ristabilire un ponte tra l'esperienza del mondo normale ed il mondo barbaro ed in questo loro contattarsi si rivive un dolore che era attutito per la scissione.