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Il presente testo, uscito in concomitanza con l'altro, dello stesso autore, Il mio debito con Bion, testimonia il percorso compiuto da Giovanni Hautmann in quel ventennio della sua carriera di psicoanalista che copre pressappoco l'arco di anni che va dal '75 al '95, all'interno del quale egli ha ricoperto anche la carica di Presidente della S.P.I. È importante annotarci questi punti per due ragioni:
perché certamente una parte della storia italiana della psicoanalisi non può essere disgiunta da quella di questo psicoanalista di terza generazione (dopo quella di Musatti, Perrotti e Servadio e la successiva di Fornari, Gaddini, Corrao etc.), che ha compiuto il suo cammino avendo come stella polare il pensiero kleiniano ed in particolare quello di W.R. Bion. E la psicoanalisi italiana si è sviluppata, nel corso degli anni '70 e buona parte di quelli '80 essenzialmente attorno a questo filone;
perché l'impronta data da Hautmann ha lasciato il segno anche a livello istituzionale, soprattutto per quel link estremamente forte ch'egli ha voluto stabilire tra “il contenuto rappresentato dalla psicoanalisi e il contenitore costituito dall'istituzione psicoanalitica” (pag. 212).
Il libro — pubblicato da Borla nella collana “Congiunzioni”, che a dispetto dell'evocazione bioniana della sua denominazione è curata da due analisti junghiani — si mostra purtroppo in una veste editoriale scadente, con una tremenda copertina, che non invoglia certo ad acquistarlo, per cui il primo moto sarebbe quello di lasciarlo giacere negli scaffali della libreria; se però — e soprattutto se siamo dei bravi psicoanalisti dovremmo farcela (!) — riusciamo ad elaborare questa resistenza iniziale, acquistiamo il libro ed iniziamo a leggerlo, il consiglio del recensore è di lasciar perdere l'introduzione (per riprenderla casomai al termine della lettura del testo), in cui l'A. illustra i vari capitoli cercando di offrire al lettore uno sguardo d'insieme che consenta di cogliere un'unità in questo scritto,