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Vittorio Petese era una persona media, o, per meglio dire, sembrava dover rassicurare tutti di essere proprio così. Di conseguenza non è mai stato un presenzialista, e se molti fra gli psicoanalisti romani lo hanno conosciuto era piuttosto perché a lui un paziente lo si poteva indirizzare, fiduciosi che se ne sarebbe occupato con competenza e serietà.
Come era fatto, nel suo caso, uno psicoanalista “medio”? Era una persona colta, non solo e non tanto ricco di letture psicoanalitiche quanto dotato di una robusta cultura classica. Ciò dava sostegno alla sua sensibilità ed una certa percepibile eleganza alla sua mente. Era così praticamente esente da fanatismi ideologici e poco interessato ai piccoli intrighi della tribù, al punto da tirarsene fuori al primo accenno di una calunnia nei suoi confronti, con un suo tipico atteggiamento rinunciatario.
In compenso sapeva curare e gli piaceva farlo.
Cioè sapeva guarire quelli che possono guarire e sapeva accompagnare invece per una vita delle persone che solo così riuscivano, come richiesto da Freud, a lavorare ed amare.
Conoscendolo, questa capacità non era davvero un mistero, perché forse la più tangibile caratteristica di Vittorio era la sua capacità di presenza.
Come amico era sempre sicuramente presente nel momento del bisogno, come lo era sempre quando arrivava il momento di divertirsi, perché amava la vita. Aveva un cancro, ed è morto di questo, ma ancora l'estate scorsa ha regalato a sé ed agli amici un ultimo safari in Africa.
E così io ho sempre pensato che nella sua partecipazione personale al lavoro con i pazienti facesse funzionare una gamma altrettanto ricca di possibilità. In qualche rara comunicazione scientifica traspariva questa presenza, ma non ne ha lasciato traccia, né la sua “carriera” nella SPI è andata oltre l'associatura.
Dove si allontanava decisamente dalla media era nella sua vita privata, quasi il contrario di un tranquillo trantran piccolo borghese: una peculiare mescolanza di