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C'era una volta l'inconscio… Qualcuno, provocatoriamente, pronostica che si racconterà così — forse alla prossima fine secolo — la favola dell'inconscio e… della psicoanalisi.
Già oggi, però, spesso si dice che l'inconscio non è più “l'inconscio freudiano” e del resto gli inconsci si moltiplicano (in altri campi ma anche nella stessa psicoanalisi: inconscio preriflessivo, inconscio non validato, inconscio procedurale, inconscio implicito etc.): l'inconscio è ormai sostituito dagli inconsci.
Di fronte a questa rifrazione dell'inconscio, nella sua elaborazione teorica Laplanche ha confermato e rifondato la specificità dell'inconscio in psicoanalisi. Senza risalire a Freud e alla sua definizione dell'inconscio come “primo scibbolet della psicoanalisi”, Laplanche ha affermato a più riprese che “il problema dell'inconscio e l'idea che possiamo farcene, sia del suo essere sia della sua genesi, sono al cuore della metapsicologia”, e che l'inconscio è l'oggetto proprio della psicoanalisi. Aggiungendo: “Le poste in gioco in una concezione corretta dell'inconscio travalicano di gran lunga la sfera puramente teorica. Esse riguardano soprattutto: 1. la fondazione e la comprensione della pratica analitica; 2. l'originalità della scoperta freudiana e la rottura che instaura nella storia delle idee nonché in quella dell'uomo; 3. la nozione di pulsione; 4. la specificità del campo sessuale-fantasmatico, da riaffermare sia nella pratica che nella teoria”.