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La coscienza è un fenomeno strano: tutti la usiamo — o ci illudiamo di usarla — ma nessuno è finora riuscito a darne una spiegazione. Nel nostro lavoro, però, nessuno che appartenga alla schiera di quelli che evocano i demoni per poi interrogarli senza spaventarsene e quindi senza rinviarli subito agli inferi, nessuno darebbe molta fiducia alla forza della coscienza: siamo abituati a lavorare con degli schiavi che lottano sì per liberarsi ma che tanto più lottano tanto più si accorgono che la liberazione non sarà mai un orgoglioso trionfo sull'inconscio.
Tuttavia, la fiducia nella coscienza c'è anche in analisi, a ben vedere, perché dopotutto noi ascoltiamo persone che parlano. Si tratta di una fiducia obbligata, consapevole ma obbligata: noi non possiamo fare a meno di passare per questo sistema psichico, anche se ancora oggi noi possiamo ripetere con Freud che la coscienza è “un dato che non ha eguali e che si sottrae caparbiamente a qualsiasi tentativo di spiegazione e di descrizione” (1938, 584).
Freud, con l'onestà intellettuale che gli ha consentito le sue grandi scoperte e invenzioni, sottolinea che la coscienza è sì inesplicabile, ma è anche comunque un “dato di fatto” e che “quando si parla di coscienza, ciascuno sa benissimo, in base alla propria esperienza più intima, che cosa si intende” (1938, 584). Siamo dunque obbligati ad usare di un sistema del quale ignoriamo moltissime cose e del quale conosciamo invece abbastanza bene la inaffidabilità, ma del quale, soprattutto, sappiamo che produce un effetto, ciò che chiamiamo appunto “coscienza”, che costituisce un dato di fatto fondamentale.