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Se c'è un settore della teoria psicoanalitica che è restato per la durata di un secolo pressoché immune da revisione, è quello della teoria del sogno, fatti salvi i periodici ritorni di quelle che furono le iniziali tesi alternative di Maeder, Adler, Jung e pochi altri. Che io sappia, l'unica reale novità in questo campo non ci viene dalla psicoanalisi ma dalla neurobiologia, ed è candidata a completare la teoria classica, con la quale non solo è compatibile, ma sinergica. Mi riferisco alla tesi secondo cui la funzione del sogno è quella del consolidamento della memoria a breve termine e della sua trasformazione in memoria a lungo termine (cfr. Tucker e Luu, 1998), una tesi che arricchisce di implicazioni la teoria dell'appagamento allucinatorio di desiderio al servizio del sonno, proiettando gli scopi del sogno in un universo temporale più vasto, che travalica i confini notturni. Sarà per questa immunità della teoria che le poche, vere integrazioni psicoanalitiche non dovute a Freud sono ancora oggi feconde. Tra esse i due fenomeni di cui mi occupo qui. Poiché concernono i territori del sogno più vicini alla veglia e i territori della veglia più vicini al sogno, mi piace introdurne la descrizione con una perifrasi da Shakespeare: ci sono più cose tra sonno e veglia di quante ne immagini la nostra psicoanalisi. Li tratterò separatamente in due distinte sezioni, per poi tirare le somme in una terza.
Il cosiddetto fenomeno funzionale di Silberer è semplice da definire: è possibile che negli stati ipnagogici sorga, invece della rappresentazione del contenuto psichico, la rappresentazione delle condizioni psichiche del sognatore. Quest'ultima