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La nostra rivista ha dedicato alcune pagine degli ultimi numeri a due temi nuovamente dibattuti nell'ambito nazionale e internazionale e che a me sembrano collegati: il tema dei rapporti tra psicoterapia analitica e psicoanalisi ed il tema del training, individuabile da uno degli elementi principali della questione: se l'analisi degli aspiranti analisti deve o non deve essere fatta da un analista di training.
Per me non solo i due argomenti sono sottesi da condizioni storiche e attraversati da orientamenti concettuali che li accomunano, ma entrambi si connettono al modo di costruirsi e svilupparsi della psicoanalisi sia durante la vita di Freud, sia successivamente attraverso le sue tappe più significative fino ai giorni nostri.
Il riferimento alla psicoanalisi in genere non riguarda tanto la dottrina, la teoria generale che durante l'opera scritta di Freud e nella dilatazione successiva ha mantenuto una unitarietà di base con una graduale moltiplicazione modellistica, ma sempre a costituire un ambito sia di consapevole affermazione di identità, come di consapevole differenziazione e confronto, ma riguarda piuttosto le modalità di prassi operativa.
Quello cioè che potremmo indicare, assumendolo in senso allargato, lo sviluppo e la definizione del setting, sul piano operativo di fatto, che per Freud e gli analisti a lui contemporanei e di poco successivi, oggi sappiamo essere stato, nella realtà, qualcosa di diverso e distante, non solo da ciò che in una sufficientemente larga misura è condiviso oggi nel movimento psicoanalitico, ma anche rispetto alle indicazioni circa il “dover essere” che Freud stesso aveva