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È sorprendente quanto poco esista nella letteratura psicoanalitica sull'argomento delle “credenze” (beliefs) tenendo conto che il lavoro quotidiano dell'analista richiede l'esplorazione delle credenze consce e inconsce dei pazienti e l'esame delle proprie, e che il senso di sicurezza di ognuno riposa sul “credere” in buone condizioni sé stessi e i propri oggetti valorizzati.
Britton riferisce di aver ripetutamente ascoltato considerazioni del genere da quando si occupa di questo tema. Ma come può essere vista una “credenza” (il termine italiano è brutto) e in che rapporto è col concetto di “fantasia inconscia”? Secondo Britton la credenza sta alla realtà psichica come la percezione sta a quella materiale. La credenza dà quindi forza di realtà allo psichico come la percezione la dà alla realtà fisica. Le fantasie inconsce, diventando credenze, consce o inconsce che siano, iniziano ad avere conseguenze emozionali e comportamentali che altrimenti non possederebbero. Quando una fantasia inconscia assume i connotati di una credenza, inizialmente è trattata come un “fatto”. Rendersi conto che si tratta di una credenza presuppone il costituirsi di una oggettività interna fondata sull'assunzione di una “terza posizione” da cui guardare alla credenza come prodotto soggettivo. Questo dipenderebbe dall'internalizzazione e dalla tolleranza della situazione edipica primitiva. Una credenza diventata conscia si trova confrontata con il test di realtà: se lo fallisce, deve essere abbandonata, cosa che richiede un processo di lutto come il distacco da un oggetto perduto. In analisi, questo processo è parte del working through. Nella misura in cui consideriamo “fatti” le credenze, equipariamo il “credere” al “conoscere”: l'accorgersi che sono solo credenze è un atto di emancipazione e questa emancipazione psichica è anche una funzione dell'analisi. Pure lo sviluppo cognitivo, scientifico, culturale non sono semplicemente l'acquisizione di nuove idee, ma contemporaneamente atti di eman