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Dividere la propria giornata lavorativa tra studio privato e istituzioni pubbliche è un'esperienza oggi molto comune per gli analisti, specialmente per i più giovani. Sempre attuale è dunque il problema — mai risolto una volta per tutte — di come modi di vedere, pensare e operare in contesti terapeutici molto diversi possano conciliarsi evitando gli opposti rischi della scissione e dell'assimilazione forzata.
Questo libro di Basilio Bonfiglio rappresenta un utile e moderno strumento per muoversi attraverso i confini tra psicoanalisi e psichiatria, delineando le coordinate di un assetto mentale idoneo a fungere da bussola in entrambi i territori. Si tratta di uno strumento costruito sul campo, nel corso del lavoro di supervisione svolto per anni dall'Autore presso alcuni presidi di salute mentale. Di questa esperienza il libro è “una naturale prosecuzione”, come egli stesso lo definisce.
Dopo aver messo la sua competenza analitica al servizio dei gruppi per i quali ha prestato la sua opera di supervisore, Bonfiglio ha mantenuto la stessa disposizione d'animo anche nella stesura di questo volume, con l'intenzione di rivolgersi ad un gruppo allargato di lettori: non solo agli analisti e a chi abbia una formazione analitica, ma alla più ampia cerchia degli operatori coinvolti nella cura della patologia psichica. Questo non facile scopo è stato perseguito — e, mi sembra, felicemente ottenuto — non già attraverso un'eccessiva semplificazione o banalizzazione delle idee, bensì, al contrario, grazie ad un accentuato rigore espositivo.
Non accade spesso, nella letteratura psicoanalitica, che un autore espliciti le proprie teorie ed ipotesi di base in via preliminare al resoconto delle esperienze cliniche, come sarebbe auspicabile. Ebbene, proprio questo è il criterio adottato da Bonfiglio, con un duplice effetto positivo.