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In questo volume, tra i numerosi articoli di clinica e di tecnica psicoanalitica, ho scelto quelli che, oltre a evidenziare la molteplicità dei modelli teorici della psicoanalisi contemporanea nordamericana, presentano maggiormente caratteristiche di originalità e completezza.
L. Grossman (“What the Analyst Does Not Hear”) parte dall'osservazione che l'ascolto analitico è parziale e influenzato dall'irriducibile soggettività dell'analista. Data l'esistenza di credenze e miti inconsci in entrambi i componenti della coppia terapeutica, è importante che l'analista si sottoponga costantemente a un'autoanalisi, sia consapevole dei propri limiti di comprensione e favorisca nel paziente la consapevolezza di tali limiti. L'Autore sottolinea l'incessante necessità di verificare la capacità di comprensione dell'ascolto analitico, valorizzando anche la partecipazione del paziente come ascoltatore giudicante.
N. Tang e J. Gardner (“Race, Culture and Psychotherapy: Transference to Minority Therapists”), entrambe appartenenti a minoranze etniche, analizzano quali stereotipi razziali e culturali bisogna affrontare nella terapia se l'analista appartiene ad una minoranza e il paziente alla cultura dominante o a qualche altra minoranza. In base alla loro esperienza, i terapeuti di diverse razze e culture hanno la possibilità di offrire ai pazienti più vaste opportunità di “identificazioni transitorie” e, soprattutto, di identificarsi con qualcuno che è riuscito a superare il senso di diversità derivante dall'appartenere a una minoranza.
A. Wilson (“A Conjoint Phase of Treatment Involving a Severely Disturbed Adolescent Boy and his Father”) riferisce di una psicoterapia di un ragazzo schizofrenico, che aveva una relazione simbiotica con il padre, che ha richiesto un periodo di sedute “congiunte” con il genitore. L'Autore solleva altre questioni tecniche, quali, ad esempio, la necessità di non interpretare il transfert per un lungo periodo iniziale con pazienti adolescenti molto disturbat