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Viviana Savoia era una donna di grande fascino: un'idealista intelligente e generosa. Qualità raramente associate. Era anche una bella donna con un pizzico di humour. “Le brave bambine vanno in paradiso, quelle cattive ovunque”. È un manifesto femminista degli anni Settanta che lei aveva ritrovato e mandato in dono recentemente.
Dove va Viviana? Ovunque nei nostri cuori. Nell'intreccio di Eros e Thanatos che rimane nella nostra memoria, c'è un cantuccio di laico paradiso dove ci aspettano le persone che ci hanno voluto bene, alle quali abbiamo voluto bene. Viviana era una persona buona.
La conobbi più di trent'anni fa al Policlinico di Milano. Era una giovane psichiatra entusiasta, ben presto affascinata dalla psicoanalisi. Si era sposata da poco: una coppia aperta al futuro. Diventammo amici.
Rammento le cartelle cliniche di Viviana, scritte in una calligrafia chiara, ma non elegante (lei invece aveva un'eleganza naturale). Scriveva con semplicità quello che capiva. Aveva una capacità innata di intuire la sofferenza, il bisogno, la richiesta di aiuto, non solo per i suoi pazienti, ma per quanti le erano accanto. Erano anni di speranze e di tempeste, difficili anche nelle istituzioni. Viviana portava nel gruppo di lavoro la sua sincerità, la sua richiesta ideale, il suo rifiuto di ogni compromesso. Talvolta scherzavo con lei per il suo candore, per la sua intransigenza, talvolta mi sentivo in colpa: era facile chiederle troppo. Questo forse per me è un sentimento più recente degli ultimi anni. È un sentimento non estraneo ad altri amici e colleghi. Nel lutto comune molti esprimono il rimpianto per la perdita di un appoggio affettuoso, il ricordo dell'aiuto ricevuto in un momento difficile, il timore di dimenticare, di non ringraziare abbastanza.
Nei suoi anni giovani fece l'analisi con Di Chiara, poi lasciò il Policlinico. Troppo spesso le chiedevano di fare “il buttafuori” in pesanti, insensati turni di guardia. Lei nuotava già nel grande mare della psicoanalisi. La ri