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Imperscrutabilmente coinvolti, viviamo in correnti di reciprocità universale.
In una delle sue affascinanti riflessioni sul linguaggio, Balint faceva notare che i vocaboli soggetto ed oggetto sono delle versioni non propriamente esatte e tendenzialmente aggressive di termini greci. La persona o cosa che in greco viene denominata come “ciò che sta sotto”, diventa nella lingua latina “ciò che è gettato sotto”, e ciò che nella lingua greca è “posto di fronte” o “in opposizione”, nella versione latina diventa “ciò che è gettato contro”. Le lingue europee hanno mantenuto l'alone semantico aggressivo dei termini latini, ed i confini tra soggetto ed oggetto sono stati per lo più considerati invalicabili dal pensiero scientifico occidentale, fino agli inizii del novecento. Sembra che sia stato necessario alla nostra cultura, per poter riconoscere e valorizzare la singolarità individuale, immaginare una mente individuale confinata entro la scatola cranica, più o meno coincidente col cervello, e separata dal suo oggetto di esperienza e conoscenza da una differenza di sostanza.
Balint osservava anche che i poemi epici di Omero, le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, i meravigliosi componimenti poetici di Pindaro, Saffo ed Anacreonte, nonché i dialoghi di Platone, erano già stati scritti da molto tempo quando Aristotele e poi gli stoici cominciarono a catalogare le nostre modalità di pensare (Balint, 1959).
La teoria psicoanalitica non può fondarsi né su esperimenti né su intuizioni poetiche, ma solo sull'esperienza condivisa della realtà psichica e delle sue trasformazioni.