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Il termine suggestione ha nell'etimo latino molteplici e ambivalenti accezioni. Esso deriverebbe da subgerere, verbo che oltre a significare “mettere (o posare) qualcosa sotto (o più in basso)”, esprime il concetto positivo di impartire, comunicare, insegnare, istruire, consigliare, e anche quello negativo di insinuare, sussurrare qualcosa nell'orecchio a qualcuno, o persino di induzione di forze soprannaturali. In effetti la suggestione è stata un tempo sinonimo di diabolico incantamento che genera invasamento e follia, ed ancora oggi, secolarizzata e laicizzata, continua a costituire un concetto per certi versi conturbante e connotato da un alone semantico negativo.
Formulo l'ipotesi che, sul registro terapeutico, la suggestione abbia a che fare con la ricerca (forse in buona parte inconscia) di qualcuno che agisca onnipotentemente su un problema che è in noi, ma che è per noi stessi irresolubile, e costituisca forse una manifestazione di quei bisogni diffusamente presenti nella vita mentale (sia del soggetto che dei gruppi) di credere in oggetti idealizzati per difendersi da profondi terrori primitivi (Bion, 1961). È infatti noto, praticamente dall'inizio della storia della cultura, il fatto che i pazienti ripongano buona parte delle proprie speranze di guarigione non nelle tecniche di cura ma nella persona del “guaritore”. Quell'arcaica credenza che il terapeuta sia un individuo dotato di facoltà straordinarie pressoché simili a quelle possedute da una divinità in grado di controllare le forze della natura e di sconfiggere la morte non è certamente tramontata, ed è probabilmente un elemento universalmente presente nel transfert che si stabilisce nei confronti delle figure che si prendono cura (Halpert, 1994). E seguita tuttora a manifestarsi frequentemente nei pazienti l'aspettativa di un incontro con un taumaturgo, colui cioè che possiederebbe la facoltà salvifica di