You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Queste riflessioni sono dovute ad una serie di perplessità crescenti che, con il passare degli anni, mi hanno accompagnato nella professione di psicoanalista. Perplessità e passione per la psicoanalisi si combinano in un “sentimento oscillante” che credo accompagni la nostra professione. Ritrovare assieme slancio e acquiescenza, pessimismo e ottimismo, certezze e dubbi, forza e debolezza e altro, credo sia esperienza di molti. Direi una sorta di sentimento-minestrone la cui digeribilità e gradevolezza varia al variare dei componenti stagionali e a seconda dei commensali con i quali si pranza.
A seconda del momento storico mi sono sentito entusiasta o sfiduciato; mi sono ritrovato a desiderare l'incontro nel gruppo dei colleghi o bisognoso di un salutare ritiro autistico; avido e ammirato del sapere degli altri o insofferente per tante parole vuote scritte e lette.
Mi è parso che tutto ciò avesse una duplice matrice o che appartenesse a due ambiti di uno stesso discorso: essere psicoanalista. Una prima matrice risiede fondamentalmente nella mia caratterialità e quindi affonda nel privato. La seconda appartiene al contatto personale coi pazienti, alla necessaria convivenza nel gruppo degli psicoanalisti e per ultimo alla condizione di socio di una Società psicoanalitica.
Uno potrebbe sopportare il disagio ed accettare il sentimento oscillante ricercando motivazioni ed elaborando risposte nell'ambito del proprio privato: cosa utile ma sicuramente non esaustiva.
Rifarsi unicamente alle proprie motivazioni personali può risultare anche difensivo: specie se si teme di rimettere in discussione il rapporto che si ha con