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Milan Kundera (“La Repubblica” 15-1-2000) osserva che molti altri nati a est, Milosz, Kolakowski, Kristeva, Forman, Linhartova, esuli per necessità di libertà, non sono rientrati in patria, restando “in un altrove sconosciuto per definizione, aperto a tutte le possibilità”. Quindi, per vivere in una maggiore libertà, dal regime quanto dalla pietà, scelgono di non tornare alla loro casa. Anzi spesso adottano addirittura un'altra lingua, come Canetti, Kundera, Linhartova. Possiamo aggiungerne in abbondanza: Brodskij, altro premio Nobel, fuggito “da Bisanzio”, Nabokov, Stravinskij, Gombrowicz, Dante, anche se la sua Firenze allora non era comunista, e un buon gruppo di psicoanalisti. Luogo di residenza e di appartenenza coincidono solo in certi casi più o meno fortunati. Brodskij, parlando de “La condizione che chiamiamo esilio”, afferma: “Uno scrittore in esilio ha la testa perpetuamente rivolta all'indietro e le lacrime o la saliva gli scorrono giù tra le scapole”.
Stefano Bolognini nel suo libro non versa certo lacrime e scrive, attento anche al lettore meno esperto, dieci capitoli misurati e limati con cura, tra le sei e le dodici pagine. Neanche cento pagine in tutto, in cui si incontra spesso un controllo discreto di affetti e passioni, come un caldo distacco, che è il buon setting interno di un analista curioso, dotato e creativo. Uno specialista molto esperto, che ha saputo restare spontaneo, trovando espressioni piane e naturali. Come vento. Come onda.