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“Io sono/la lettera/non ricevuta/il pane mancatomi/d'infanzia/il ritorno non/del padre/la biciclettina/rossa del sogno”. È questa una delle trentacinque poesie che aprono il volume, in bilico, come osserva Giovanna Giaconia nella presentazione, tra poesia e psicoanalisi.
Adriana Pagnoni apre la strada con una serie di poesie fulminanti, sprazzi di luce su aree della psiche che stanno per soccombere alla violenza della assenza e che stanno per riaffiorare alla vita con
la violenza sprizzante del rosso: “Rosso/Sanguina/di sangue/rosso/la mano che/al risveglio/ancora/stretta/tiene/il rosso/in volo/della palla/afferrata/in sogno”. Forse mai come in questa serie poetica, Adriana Pagnoni è riuscita a esprimere con il massimo di sintesi, con il minimo di parole, suoni, colori, un senso di profonda rivolta intima contro un'imposizione arcaica di non vivere: a questa costrizione carceraria tenuta a bada con il silenzio sfuggono continuamente parole-isola, che fanno comparire sulla pagina oggetti della vita che scappano via e si ripropongono con l'autorevolezza dei sensi: una palla, una biciclettina rossa.
Alle poesie, nella seconda parte del libro, seguono sei saggi di autori dalle diverse competenze, ma tutti esperti nella parola. Ampliano e commentano il significato di queste poesie e della poesia nel nostro tempo, con attenta e affettiva cura, comunicando la sensazione viva che la poesia sia un nutrimento essenziale dell'anima. Eppure, sono anche una distrazione rispetto all'essenzialità, alla riduzione al minimo di parola e al massimo di significato delle poesie appena lette. Anch'io mi trovo in una posizione paradossale, a ampliare con parole più vuote e meno significanti quelle delle poesie. Anche la mia dovrebbe essere una recensione-non, che non so fare, catturata dal desiderio di raccontare e trasmettere emozioni che si disperdono nel discorso.
E dunque farò questa recensione-non. Due elementi emergono in modo intenso nei lavori dei diversi Autori: uno è il negativo