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Il volume inizia con un articolo di L. Aron (“Clinical choices and the relational matrix”), che tratta dell'identità dello psicoanalista fondata sulla relazione di appartenenza alla comunità psicoanalitica, ai suoi valori, ai suoi ideali e teorie. La comunità è intesa come il Terzo, che pone limiti oggettivi alla diade analista-paziente e che ne impedisce la degenerazione. In un periodo come l'attuale in cui viene riconosciuto e sottolineato il ruolo della soggettività dell'analista, dell'intersoggettività e della matrice relazionale, mi sembra che Aron, con questo lavoro, voglia richiamare l'attenzione sulla necessità di raggiungere un equilibrio tra la visione romantica della psicoanalisi, che esalta i fattori personali, e quella classica, tesa all'oggettività. Vengono descritte tre supervisioni di una seduta con tre ipotetici supervisori di scuole differenti. Commentano questo articolo vari autori.
Tra questi, A. Cooper (“Psychoanalytic technique -Diversity or chaos?”) pone il problema di cosa insegnare ai giovani psicoanalisti: bisogna insegnare quella che riteniamo la tecnica psicoanalitica più adeguata, oppure le varie tecniche lasciando agli studenti la possibilità di decidere quale sia la più idonea per loro? Sottolinea, inoltre, la necessità di sviluppare la ricerca empirica per valutare l'efficacia delle differenti teorie della tecnica.
S. Knoblauch (“The Third, minding and affecting”) si chiede, a sua volta, cosa insegnare dato l'attuale pluralismo e l'assenza di una tecnica standard unanimemente riconosciuta. G. Moccia e G. Nebbiosi (“She thinks of me as thinking, and therefore I exist as a thinker”) si riconoscono nell'impegno di Aron di evitare sia l'oggettivismo scientifico sia il relativismo radicale e accolgono la sua proposta di insegnare differenti teorie, che però devono appartenere al paradigma relazionale. Secondo loro non si tratta di eclettismo ma di una buona teoria coerente con un'attitudine clinica relazionale. Infine S. Pizer (“Commentary o