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Fu dopo la morte prematura (ma quando mai la morte non è prematura?) di Fabio Zambonelli, collega e amico comune, più di vent'anni fa; Carloni mi propose un patto: quello di noi due, cui fosse toccato di partecipare al funerale dell'altro, ne avrebbe pronunciato l'ultimo saluto.
Tocca a me adempiere a quella promessa, ma non per me soltanto.
Addio Carloni,
siamo in tanti a salutarti accanto ai tuoi familiari attoniti.
C'è di sicuro anche quella tua paziente del “Roncati” che, incontrandoti in città dopo il tuo allontanamento dall'ospedale, si rammaricava che tu fossi stato sostituito dalla “dottoressa Kip”, e voleva dire dall'équipe, con quel sapiente strafalcione che ti piaceva tanto raccontare, indizio perfetto della necessità del rapporto personale e irripetibile con il medico, contro ogni degenerazione burocratica della cosa psichiatrica…
Ci sono i tuoi infermieri ed infermiere e assistenti sociali d'un tempo, che da te impararono ad incontrare in modo nuovo le persone dei malati.
C'è il vecchio Egon, il patriarca gentile della psicoanalisi cispadana cui tocca d'essere preceduto nell'ultimo passo da te, suo primogenito tra la nutrita schiera degli psicoanalisti da lui formati.
Ci sono i tuoi colleghi e amici di questa città e di mezza Italia dell'una e dell'altra società di psicoanalisi, che ti ebbero due volte presidente appassionato.
Ci sono i tuoi allievi, amati fino all'ultimo fiato, ai quali appena venti giorni fa, già tanto provato e àfono, dedicasti gli ultimi tesori di sensibilità e sapienza: “tatto contatto e tattica”, come dicevi tu.
Ci sono i colleghi universitari, e gli studenti che ti ebbero professore illuminato e amorevole.