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L'enactment, termine intraducibile in una lingua diversa da quella inglese, è stato introdotto nel linguaggio psicoanalitico per sottolineare la dimensione relazionale ed empirico-esperienziale rispetto a quella intrapsichica, individuale, alla luce di “eventi” che possono accadere durante il percorso del trattamento.
Il termine non allude tanto all'acting-out, nel senso dell'agire freudiano, quanto alla messa in atto di elementi inconsci riguardanti sia il paziente che l'analista, che emergono proprio in conseguenza della relazione che si instaura tra essi.
Nella letteratura psicoanalitica l'enactment allude ad un concetto, ancora oggetto di riflessione, che si trova all'incrocio tra alcuni argomenti cardine: empatia, identificazione proiettiva, transfert-controtransfert, acting-out e acting-in, resistenza del paziente e dell'analista.
Come ricordano Filippini e Ponsi (1993) a questo termine è stato dedicato, oltre a numerosissimi articoli, anche un Panel, in cui McLaughlin (1991) specifica trattarsi di un atto (act) il cui intento è di persuadere o forzare un altro ad un'azione che risponda alla sollecitazione data. Esso si applica ad ogni tipo di interazione tra paziente e analista, ma “specificamente alle componenti non verbali, gestuali e posturali” (McLaughlin, 1991, 596). Quindi, come specificano le due autrici, il modo in cui una cosa viene detta, più che il contenuto del discorso stesso. L'uso di questo termine sembrerebbe altresì vantaggioso al fine di evidenziare una situazione in cui sia il paziente che l'analista sono coinvolti a livello inconscio, e in cui alle resistenze di transfert del paziente corrispondono le controresistenze dell'analista (Glover, 1958; Racker, 1968; Gori, 1999).
In questo l'enactment si differenzierebbe dall'identificazione proiettiva, in cui è il paziente che “introduce” qualcosa nell'analista, anche se il concetto di