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Considero il nazionalismo una forma maligna dell'identità nazionale, basata sull'odio di quanti non appartengono alla propria nazione. Dal momento che l'identità si costruisce sulla base di analogie e differenze, vi sono forti probabilità che nasca l'intolleranza verso gli appartenenti a nazioni diverse dalla propria. Chi può dire di non aver mai provato un sentimento di ostilità verso un altro o un'altra solo perché appartenente a un gruppo diverso dal proprio? Può trattarsi di una forma di ostilità benigna, come quando, al ritorno da un viaggio all'estero, tendiamo ad attribuire caratteristiche non proprio positive ai cittadini del paese visitato. Li vediamo attraverso la lente dello stereotipo, oppure tendiamo a generalizzare i caratteri positivi o negativi di singoli individui, attribuendoli all'intera nazione. Le competizioni sportive tra due paesi tendono a provocare una forte reazione emotiva, che di solito si consuma davanti allo schermo televisivo, ma può in certi casi tradursi in violenze negli stadi.
Nei confronti di persone di nazionalità diversa dalla nostra possiamo avere un atteggiamento sospettoso o distante; oppure, in una situazione di convivenza multietnica, possiamo votare i candidati appartenenti al nostro gruppo nazionale soltanto perché sono tali, ignorando le loro tendenze aggressive e l'intenzione di soffiare sul fuoco dei conflitti interetnici. Abbiamo quindi a che fare con un fenomeno onnipresente, che si verifica in ognuno di noi, e perciò, in quanto fenomeno di gruppo, richiede di essere trattato con attenzione. Per esprimere appieno tutta la sua forza e tragicità, il nazionalismo ha bisogno di un gruppo (Freud, 1921). Quando il genio malefico del nazionalismo esce dalla lampada, è impossibile riportarlo sotto controllo relegandolo all'ambito individuale, dove è più facile gestirlo.