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Giovanni Hautmann fa parte di quel gruppo di psicoanalisti italiani che hanno recepito tempestivamente e con interesse la ricerca di Wilfred Bion. A partire dalla traduzione e pubblicazione delle opere dello psicoanalista britannico, alla quale lo stesso Hautmann ha collaborato, si è sviluppato in Italia un interesse crescente per l'opera di Bion, che ha caratterizzato e ancora caratterizza una buona parte della letteratura psicoanalitica nel nostro paese.
L'interesse all'opera di Bion non ha prodotto un solo e omogeneo filone di riflessione e ricerca, ma piuttosto un ventaglio di indirizzi ed approcci, da quelli più complessivi e collegati da vicino con la teoria generale e con la clinica psicoanalitiche, a quelli più settoriali e puntuali, quali la nascita del pensiero, il protomentale, il gruppo. Una immagine di questo interesse possiamo trovarla nei lavori di due convegni commemorativi dedicati alla figura e all'opera di Bion, quello di Roma del 1981 e quello di Torino del 1997.
“Il mio debito con Bion” è stato il titolo del contributo di Hautmann al convegno di Roma, nel 1981, e dà ora il titolo a questo volume che raccoglie quelle riflessioni dell'Autore che sono maturate nel suo incontro con l'opera di Bion.
La psicoanalisi quale funzione della mente è il tema del primo capitolo. In esso si sviluppa quella sottolineatura forte fatta da Bion sulla fondazione della psicoanalisi nella sua competenza di metodo idoneo ad intendere e studiare la mente umana. Bion sosteneva che, se è vero che il complesso di Edipo è l'oggetto centrale e privilegiato della psicoanalisi, è altrettanto vero che è stata la natura edipica della mente umana a scoprire la psicoanalisi. In questo senso lo psicoanalista inglese tornava a saldare la psicoanalisi con una naturale processualità della mente. (Quanto alla circolarità dell'argomento, questa veniva aggirata con l'aiuto di Henry Poincaré e della sua “ipotesi prescelta”). Faccio notare che questa, di una naturalità della psicoanalisi e