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Il libro di Irwin Hoffman si propone come punto di arrivo del suo lungo percorso intellettuale. È un libro quindi meditato, che ha l'ambizione di presentare una posizione “compiuta” riguardo ai numerosi dubbi che attraversano oggi
coloro che hanno scelto di esercitare la pratica analitica. Di tali dubbi quello tra rituale (del setting) e spontaneità (affettiva), è stato scelto per dare il titolo al libro. Hoffman si pone come fine osservatore della variabilità del rituale (a sua volta dipendente dall'incontro tra persone storiche) e sottolinea infine come il rituale stesso sia in grado di fornire l'appiglio per infinite spontanee variazioni di un prototipo. Così in ogni momento ci troviamo nell'incertezza su come interpretare la realtà e nella necessità di fare delle scelte. “C'è una sorta di continuo rimando, un interscambio dialettico tra rituale e spontaneità, tra ciò che è dato e ciò che è creato, tra ciò che è determinato dal ruolo e ciò che è spontaneo, tra costrizione e libertà” (cap. 6).
L'analisi risulta perciò un percorso dialettico co-costruito che rifiuta di accettare la semplificante dicotomia tra rituale e spontaneità.
Hoffman insomma non vuole che venga scartato nessuno dei dilemmi, anche tra quelli più spinosi, che nascono dagli incontri psicoanalitici. Per cui, fin dall'inizio, rigira a lungo il coltello nella piaga. Portandoci con mano per esempio davanti alla necessità di affrontare di petto quesiti estremamente forti come quando si chiede, e ci chiede, come sia possibile per il paziente e per l'analista coniugare la “ricerca di amore con il pagamento della prestazione”: “L'assurdità della condizione umana che redime e giustifica l'assurdità della psicoanalisi. Assurdità di pagare qualcuno per averne l'intimità” (p. 42).
Tale contraddizione, che farebbe tremare i polsi a molti tra di noi, non viene subito affrontata attraverso casi pratici, i quali invece verranno dopo. Al lettore non viene dato quindi modo di appigliarsi a nessuna relativizzazione