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In questo volume di Contemporary Psychoanalysis (C.P.), tra i numerosi piani di lettura possibili, ho scelto quello che riguarda l'opera di D.W. Winnicott, non solo perché gli è dedicato specificamente un gruppo di lavori nel terzo numero della rivista, ma anche perché, oltre ad essere uno degli autori più citati, la sua impronta è evidente nel titolo e nel contenuto di numerosi altri articoli di questa annata.
Probabilmente Winnicott, quando il 12 novembre 1968 presentò alla Società di New York la relazione “L'uso di un oggetto”, non poteva immaginare, in base alle reazioni fortemente negative che essa immediatamente destò, che sarebbe diventato un Autore così letto ed apprezzato all'interno del “mainstream” della psicoanalisi americana. L'episodio lo colpì così profondamente, da influenzare in qualche misura l'insorgere dell'immediatamente successivo attacco cardiaco, da cui non si riprese più del tutto.
La ricostruzione minuziosa del clima di dura intolleranza in cui si svolse il dibattito, insieme ad alcune considerazioni teoriche riguardanti anche la personalità di Winnicott, che rischiò di non sopravvivere alle critiche, sono tracciate da Dodi Goldman in un interessante articolo (“Surviving as scientist and dreamer: Winnicott and “The use of an object””, n. 3, pp. 359-367). Emily Kuriloff invece (“Winnicott and Sullivan: Playing with the interpersonal model in a transitional space”, n. 3, pp. 379-395) delinea nel suo lavoro alcuni punti comuni significativi tra l'operare clinico di Sullivan ed il ben più ampio ed articolato modello teorico elaborato da Winnicott. Alcune aree di sovrapposizione nella tecnica appaiono comunque evidenti, legate probabilmente al comune interesse per il trattamento dei pazienti gravi, come ad esempio la preoccupazione di evitare livelli d'ansia troppo disorganizzanti, privilegiando l'importanza della sensazione del paziente di sentirsi aiutato, la creazione di un setting tollerante, il “management” iniziale del transfert piuttosto ch