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Il professor Giorgio Sacerdoti è morto a Venezia durante l'agosto 2000.
Verrebbe voglia di non aggiungere altro e di lasciare allo spazio bianco di una pagina il compito di rappresentare il sentimento di vuoto che la scomparsa di Sacerdoti ha provocato in chi gli è stato vicino. E poi, scrivere di Sacerdoti è difficile, si ha sempre davanti la sua capacità critica, la sua ironia dolce e discreta ma precisa, la sua capacità di fare intravedere con una sola battuta o con un aneddoto azzeccato l'altra faccia del problema. E soprattutto si ha davanti la sua signorile distanza da ogni atteggiamento retorico, da ogni eccesso di affetti gettati lì, esibiti in malo modo. Verrebbe da pensare che anche uscire dalla vita così come ha fatto lui, durante le vacanze, fosse un morire secondo un certo stile. E allora viene da interrogarsi sul come ricordarlo.
Per questi suoi atteggiamenti, Sacerdoti poteva perfino sembrare, a chi non lo conosceva, una persona un po' distaccata e quasi fredda. Anche il suo scarso apprezzamento per un'eccessiva esibizione del controtransfert sia nell'attività clinica sia nella riflessione teorica sulla clinica, aveva indotto qualcuno ad equivocare. Era, viceversa, persona di grandi e profondi affetti, capace di autentiche passioni e di legami stabili e continuamente vivificati.
Giorgio Sacerdoti era nato nel 1925 a Padova. Adolescente, aveva conosciuto le conseguenze delle leggi razziali e serbava amari ricordi di quegli anni. Riuscito a sfuggire alla persecuzione fascista e a quella tedesca, alla liberazione aveva ripreso gli studi universitari e si era laureato in medicina. Non è un caso, forse, che il suo primo lavoro scientifico fosse dedicato a “La menomazione alla gioia di vivere come lesione personale in penale e come elemento di risarcimento in civile” . Ed è certamente collegato alla sua laica riflessione sull'intreccio storico dei destini ebraici e psicoanalitici il magnifico lavoro su “Ebraismo e psicoanalisi davanti all'assimilazione” . Perc