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Durante la mia non ancora lunga attività psicoanalitica mi sono trovato spesso ad interrogarmi riguardo all'importanza cruciale, ma forse trascurata nella letteratura psicoanalitica, delle prime fasi nel trattamento dei pazienti con gravi disturbi del Sé o della personalità, in questa fase storica e sociale sempre più frequenti nei nostri studi privati (Bordi, 1999). L'incontro con questi pazienti comporta grossi problemi sia sul piano dei pesanti e densi fardelli emotivi che essi convogliano all'interno della relazione, sia sul piano conseguente della tecnica analitica più opportuna da adottare, visto che nella maggioranza dei casi non sono compatibili con l'assetto analitico classico. Essi inoltre provengono da ambienti primari in vario modo traumatici e spesso sono reduci da precedenti altri tentativi terapeutici, tra cui, non ultimi, contatti od inizi abortiti di trattamenti psicoanalitici e psicoterapeutici. In questi casi, a volte i colleghi precedenti sono descritti come personaggi caricaturali silenziosi e distanti, come se fossero sdegnosamente arroccati in una sorta di altero ed onnisciente isolamento affettivo.
Quanto questa sia una distorsione transferale, e contenga perciò prevalentemente aspetti proiettivi, oppure quanto, almeno in parte, sia determinata da elementi iatrogeni, non è dato ovviamente saperlo a priori, ma costituisce a posteriori