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Fin dai suoi inizi, il pensiero psicoanalitico ha considerato come nodo essenziale, nel trattamento dei disturbi psicotici, il nucleo concettuale costituito dal rapporto tra il soggetto e la realtà. Secondo un modo di vedere prevalente all'inizio della storia della psicoanalisi, si pensava che, sotto l'influenza di un conflitto insopportabile, il soggetto dovesse scegliere non più tra istanze istintuali e istanze morali, ma addirittura tra esistenza o meno del mondo reale e che il conflitto terminasse con la soppressione, più o meno totale, del senso di realtà (Freud, 1894, 1911).
Uno sviluppo ulteriore di pensiero, sempre però nella stessa linea, condusse all'idea che la rappresentazione della realtà potesse venire sacrificata alle istanze di armonia e equilibrio affettivo globale del soggetto e che l'esito di tale processo sfociasse in un qualche tipo di deficit delle capacità rappresentative, col risultato di un instaurarsi di aree cieche o bianche della mente (Freud, 1924).
Ancora successivamente, il pensiero kleiniano ha sottolineato con estremo vigore la grande importanza e portata del conflitto tra affetti opposti: nell'ambito però di tale conflitto è stato posto fortemente l'accento sul fatto che l'esito della scissione profonda operante sugli affetti portasse comunque, come effetto, una sostanziale distorsione del senso di realtà, con la conseguenza dell'instaurarsi del senso di una realtà frammentata e contraddittoria,