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La mia attenzione in questo scritto non è posta né sul confronto tra le varie correnti di pensiero psicoanalitico, né sulla ricerca delle invarianti che accomunano il lavoro dentro e fuori la stanza di analisi. Limiterò le mie affermazioni, invece, ai sottili ma pervasivi mutamenti nel pensare e nell'operare psicoanalitico che derivano dalla appartenenza prevalente ad un qualche tipo di istituzione e alla necessità che ne deriva di tenere vivo un vertice di osservazione psicoanalitico. Il lavoro è, perciò, particolarmente indirizzato agli analisti che operano contemporaneamente in altre istituzioni, specie in quelle psichiatriche.
Su ciascuno dei punti considerati esiste una vasta letteratura, sia psicoanalitica che psichiatrico/psicoterapeutica. Non è mia intenzione passarla in rassegna: richiederebbe un lavoro di revisione critica che esula dagli scopi del presente lavoro, che intendo mantenere invece in un ambito prossimo alla clinica.
Nella prima parte cercherò di delineare alcune peculiarità che contraddistinguono l'istituzione psichiatrica e l'attività terapeutica che vi si svolge, ed i condizionamenti che esse esercitano su chi vi opera, mentre nella seconda accennerò ad alcuni elementi di base dell'assetto mentale e fattuale del lavoro analitico ai quali attribuisco un valore particolare e che ritengo andrebbero tenuti presente nell'attività svolta dentro la stanza d'analisi come in quella fuori di essa.
Svolgere la propria attività solo o prevalentemente nella stanza di analisi; lavorare per molte ore al giorno in strutture ospedaliere o in servizi psichiatrici;