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“Nec-Ulterius”. Un moto di costernazione è quello che mi ha sempre colto ogniqualvolta mi sono imbattuta in un qualche riferimento al mito di Palinuro. Tutti siamo disposti a riconoscere, con Eschilo, che ci sono molte dikai (“ragioni”) e non tutte sono Dike (la “Ragione”) in persona, ma nel caso di Palinuro non ci si può sottrarre alla sensazione di essere di fronte all'Adikia, all'ingiustizia di ciò che accade senza lo straccio di un perché.
Bion isola il punto della vicenda nel motivo dell'incontenibile: forze più grandi di noi ci sovrastano (conflitto impotenza/onnipotenza), rompono i contenitori e ci rendono balbuzienti (Bion, 1977b, 72-77). Ne individua gli elementi in “cose come memoria, desideri, droga (le acque del Lete), violenza e grande ostilità” e conclude che si tratta di “una storia morale, una seria storia morale” (Bion, 1973, 120). Il suo amore più per lo statuto della domanda che per quello della risposta non gli fa aggiungere altro.
Sempre Bion, altrove (Bion, 1963, 33), parlando del “punto”, ovvero del senso, scrive che non si tratta di ribadire o di negare la circolarità di qualsivoglia argomento, ma di puntare sul diametro del cerchio.
Le riflessioni che seguono sono il tentativo di sottrarre la vicenda di Palinuro alla dimensione di un punto per tracciare invece intorno ad essa un cerchio di questioni.
Giusta l'indicazione metodologica bioniana di dare al mito valore non esplicativo ma generativo, per avviare un movimento di oscillazione che ponga e l'oggetto e il soggetto e l'analisi che ne narra.