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All'interno del pensiero freudiano il concetto di Nachträglichkeit (“posteriorità” nella traduzione italiana) si trova a fondamento tanto della patogenesi quanto della terapia: sul piano teorico infatti giace all'intersezione delle tesi sul funzionamento mnestico, sullo sviluppo psicosessuale, sulla traumatogenesi, sulla relazione fra temporalità e funzionamento dei processi psichici (soprattutto primari), sulla relazione fra causa ed effetto nell'ambito dello psichismo, e dunque sulla natura della realtà psichica; sul piano clinico esso sostiene ed orienta le concezioni sul transfert e sul processo analitico.
È stata rilevata da più autori (Laplanche e Pontalis, 1967; Thomä e Cheshire, 1991; Laplanche, 1999) una differenza fra l'aggettiv nachträglich ed il sostantivo Nachträglichkeit, che non è ristretta alla frequenza, ma è interpretata come segno di cambiamento sul piano teorico: l'aggettivo ricorre molto più spesso perché di uso comune in tedesco, mentre il sostantivo, meno frequente, appare in un contesto più teorico e tecnico. La frequenza differente delle due forme viene interpretata, su un piano più concettuale, come indicativa di un minor bisogno (o possibilità, o facilità) freudiano di specificare il concetto ed una maggiore aderenza del pensiero freudiano ad una sorta di evidenza oggettiva che autorizza l'uso di aggettivi ed avverbi piuttosto che di sostantivi. L'occorrenza dei due termini raggiunge le massime concentrazioni in due periodi, che chiameremo picchi, e non solo per l'aspetto quantitativo, ma anche per quello concettuale, in quanto rappresentano i due periodi ove la riflessione freudiana sul tema è emersa con maggiore chiarezza e penetrazione. I due picchi sono reperibili agli inizi dell'opera freudiana, l'uno, e circa vent'anni dopo, l'altro; essi richiedono un certo