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Jacques Derrida torna a misurarsi con la psicoanalisi. La storia di tale confronto accompagna il lungo percorso del filosofo, e si trova disseminata un po' ovunque nei suoi testi: “Tutti i miei testi si inscrivono in ciò che io definirei un “lascito psicoanalitico”” (Positions, , p. 110), passando in particolare attraverso “Freud et la scène de l'écriture” (1966, in De la grammatologie), La Carte postale , e per le Résistances de la psychanalyse . Derrida torna dunque a trattare esplicitamente di psicoanalisi senza avere mai smesso di farlo, e non soltanto attraverso il testo che ci si accinge a presentare, ma innanzitutto nel suo Seminario, da qualche anno dedicato ad alcuni luoghi maggiori dell'etica, quali l'ospitalità, il dono, il perdono e, più recentemente, alla pena di morte.
Un primo, immediato elemento di originalità di questi États d'âme, che ritrascrivono il discorso inaugurale agli Stati Generali della Psicoanalisi tenutisi a Parigi nel luglio del 2000, e in cui Derrida figurava quale ospite d'eccezione, consiste infatti nel carattere programmatico, venturo, quasi da manifesto, che il testo riveste. La sua natura inaugurale non è da ricondursi esclusivamente al contesto in cui lo scritto prende origine, ma all'ambito più ampio della decostruzione, intrapresa da Derrida nell'attuale Seminario presso l'EHESS, del dispositivo “teologico-politico” rappresentato dalla pena di morte. Se non ci è possibile soffermarci sul discorso, certo ancora in fieri, tenuto da Derrida in quella sede, neppure ne possiamo prescindere, nel tentativo di inquadrare l'affermazione essenziale avanzata in questi États d'âme, riassunta nella tesi che la psicoanalisi resista, dal suo stesso interno, alla ridefinizione di due categorie fondamentali tanto per la struttura legittimante la pena capitale, quanto per la modernità in generale: le categorie di “crudeltà” e “sovranità”.
Cominciamo da quest'ultima, meno sviluppata. Dopo aver riconosciuto che “il processo di mondializzazione del