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L'ultimo anno del millennio coincide con il 50° anniversario della Association of Child Psychotherapists di cui la Rivista è organo ufficiale. Inevitabile il piacere di raccontare (D. Lush, M. Hurst e P. Radford) il percorso dalle origini - una sottocommissione della Società Psicologica Britannica per esaminare lo statuto e la responsabilità dei non medici nel campo della psicoterapia infantile - verso la formazione di un gruppo autonomo, di cui diventano membri progressivamente le diverse Scuole: dalla Tavistock Clinic, all'Anna Freud Center, alla Society of Analytical Psychology ecc.
Diventa così, l'Associazione, un organo autorevole nell'indicare le regole per la professione e, comunque, da consultare rispetto a decisioni o documenti - a livello nazionale - riguardanti la psicoterapia infantile. Se la Rivista intende raccogliere “i contributi internazionali clinici e teorici al lavoro psicoanalitico” con bambini, adolescenti e le loro famiglie, il Training Council cura il mantenimento dei criteri di training e la salvaguardia degli standard della psicoterapia psicoanalitica. Che sempre più richiedono una rivisitazione, poiché, come racconta A. Shuttleworth (Finding new clinical pathways in the changing world of district child psychotherapy), all'interno dei Servizi pubblici di consultazione familiare, gli psicoterapeuti infantili vengono a trovarsi nello spazio di due territori separati, quello della psicoanalisi e quello del settore pubblico. La loro doppia cittadinanza viene messa alla prova dai cambiamenti in atto nel settore pubblico: la nascita di un Servizio clinico eclettico con possibili conflitti tra i vari punti di vista; la pressione delle richieste che, in mancanza di fondi adeguati, rendono difficili i trattamenti a lungo termine; l'apertura del Servizio clinico ai vari contesti di vita del bambino che hanno un impatto sul suo sviluppo emotivo e che pertanto devono essere valutati nella programmazione degli interventi (ad esempio adozioni, affidi ecc.