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Quest'anno l'Associazione Itinerari Psicoanalitici ha scelto il tema dell'incontro per il consueto convegno autunnale a Verona. L'argomento è stato affrontato senza i troppo facili slogan della “nuova” psicoanalisi intersoggettiva, ma in maniera critica tenendo conto della specificità del lavoro psicoanalitico e della continuità di una tradizione che sa interrogarsi sulle situazioni di impasse del trattamento e sulla cosiddetta “crisi” della psicoanalisi.
Agostino Racalbuto ha iniziato con un intenso lavoro teorico e clinico, “Il limite della psicoanalisi fra transfert e controtransfert”, riportando alcune situazioni impegnative nel trattamento di pazienti borderline. In particolare, con la descrizione di una vignetta clinica, ci ha reso partecipi delle fantasie ad occhi aperti dell'analista in seduta in risposta ad un paziente che, alla ricerca del limite, fra il proprio corpo e lo spazio circostante, e fra sé e l'analista, aveva ad un certo punto perentoriamente affermato: “Io non la voglio più come analista”.
Sulla traccia di ricordi personali, Racalbuto ci ha condotto ad esplorare una dimensione affettiva riemersa nel controtransfert, associata ad una località dell'infanzia, un solitario “nido d'aquila” sulle pendici dell'Etna, che uno zio aveva ribattezzato finisterrae: rappresentava uno spazio dove sconfinare, cercare estraneità e rifugio, ma anche il posto da cui poter tornare a desiderare un incontro con l'essere umano.
Racalbuto ha fornito una dimostrazione palpabile di come l'analista al lavoro sia in grado di utilizzare la rêverie e di proporla nella scrittura clinica: lo spessore della sua narrazione ha permesso, come succede nelle scritture meglio riuscite, letture sovrapposte. Indicativo è ad esempio il fatto che, seguendo le sue fantasie consce, l'analista riscopra inconsapevolmente, ma preconsciamente, dentro di sé, nei ricordi di fanciullo, proprio l'immagine di quella guida “analitica” accettabile che il paziente reclamava: quello zio, conoscitore dei