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Con il termine empatia indichiamo sia una capacità che ogni analista dovrebbe possedere sia un concetto psicoanalitico. Rycroft ne dà una definizione che riflette e comprende entrambe le accezioni: l'empatia, scrive, è la “capacità di proiettare la propria personalità nell'oggetto contemplato, e di capirlo così pienamente. La capacità di mettere se stesso nei panni di un altro. Il concetto implica che ci si senta nell'oggetto, e insieme si rimanga consapevoli della propria identità come un'altra persona” (Rycroft, 1981, 47).
L'empatia non trova spazio nell'Enciclopedia della psicoanalisi di Laplanche e Pontalis: in effetti Freud si limita ad accennarne ne “Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio” (Freud, 1905), ne “Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen” (Freud, 1906), dove descrive l'empatia come uno stato mentale che consente di entrare profondamente nella struttura psichica dell'altro, e nella “Psicologia delle masse e analisi dell'Io”, dove ribadisce che l'empatia è il processo che “più di ogni altro ci permette di intendere l'Io estraneo di altre persone” (Freud, 1921, 296), vale a dire che ci permette di afferrare ciò che è estraneo alla nostra natura.(1)
Ferenczi sostiene che una delle qualità di cui l'analista deve essere fornito è il tatto che egli ritiene sia strettamente connesso con l'empatia (Ferenczi, 1928).
Abraham non usa il termine nei suoi scritti.