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In questo scritto, ripensando alle mie esperienze cliniche, ho raccolto alcune riflessioni sul significato dell'interpretazione e sull'uso che l'analista può essere spinto a farne da elementi controtransferali o da propri aspetti di personalità non sufficientemente analizzati. Riflessioni che portano a ridefinire in alcuni aspetti il concetto di interpretazione e che iniziano dall'esame della storia del suo rapporto con la questione dell'agire e del comunicare.
L'interpretazione ha costituito il cuore della psicoanalisi fin dalle origini, va però ricordato che negli Studi sull'isteria (1885) il termine interpretazione non compare ancora e che solo successivamente esso andrà ad occupare il posto centrale dei fattori terapeutici, un posto comunque che per Freud doveva essere integrato nell'insieme dell'esperienza analitica e non diventare “come arte a sé stante” (Freud, 1911, 520).
Interrogandosi sull'interpretazione e sull'agito, Turillazzi-Manfredi nel 1978 aveva posto la questione dell'“interpretazione dell'agire” e dell'“interpretazione come agire”, chiedendosi quanto vi fosse di agito nelle parole dell'analista. Problemi ed equivoci hanno da sempre accompagnato la discussione sui modi con i quali il passato del paziente ritorna nell'esperienza analitica, una discussione che era iniziata con la storia stessa della psicoanalisi, che ha però a lungo temuto di aprirsi a guardare egualmente il problema dalla parte dell'analista. Nel 1922, per il VII Congresso Internazionale di Berlino fu proprio Freud ad istituire un premio da attribuire al miglior saggio sul tema: “Il rapporto tra tecnica