You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
I conflitti armati che si susseguono in ogni parte del mondo ripropongono antichi quesiti: “Perché la guerra?”, “C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?” e “Quale contributo la psicologia e la psicoanalisi possono dare?”.
Non è molto confortante pensare che queste domande sono le stesse che, su sollecitazione della Società delle Nazioni, si posero quasi settanta anni fa Freud ed Einstein (1932) nel loro breve e famoso carteggio intitolato appunto Perché la guerra? e ancora meno confortante è il fatto che, a distanza di settanta anni circa, gli uomini, e in particolare psicologi e psicoanalisti, non abbiano trovato una risposta soddisfacente e che nel frattempo disastrosi conflitti fra le nazioni e dentro le nazioni si siano incessantemente verificati.
Einstein, dopo aver rilevato che nell'uomo alberga latente il bisogno di odiare e di distruggere e che, quando tale bisogno sia attizzato, l'esito risulta nella psicosi collettiva della guerra, propone che ogni Stato rinunci ad una parte della propria sovranità nazionale, delegando ad un organismo internazionale l'arbitrato in caso di contesa fra le nazioni.
Freud, pur dichiarandosi d'accordo con la proposta di Einstein, non è molto ottimista: coerente con la seconda teoria duale delle pulsioni, Eros e Thanatos, ribadisce l'innato piacere di aggredire e distruggere; tale piacere è legato all'attività della pulsione di morte, che opera in ogni organismo e che mira a portarlo alla rovina e a ricondurre la vita allo stato inorganico. Per non morire con le proprie mani, l'individuo rivolgerebbe all'esterno questa autodistruttività, trasformandola in eterodistruttività di cui la guerra sarebbe espressione massima.