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Non è un caso che ci siano voluti molti anni prima che si potesse cominciare a fare un lavoro di riflessione sulla psicoanalisi, di verifica e di confronto con l'esperienza storica e clinica insieme. Forse questo tipo di operazione evidentemente poteva iniziare solo a partire da una lunghissima esperienza, come quella che può essere rappresentata da più generazioni di analisti, e dall'avere a disposizione tutti gli strumenti degli
apparati storici, collaterali alle teorie, come biografie sempre più attendibili e rinvenimento di epistolari.
Questo perché è sempre più viva l'idea che la psicoanalisi si ricava non soltanto da ciò che Freud ha ufficialmente detto ma anche da tutto ciò che ha vissuto e che fa parte della sua vita, quindi sempre espressione del funzionamento psichico ed intellettuale che la sua teoria verosimilmente rispecchia.
Tale metodo è diventato per alcuni una modalità di approfondimento irrinunciabile, anche perché sappiamo quanto sia determinante la storia profonda di un analista per la qualità e modalità del suo stile elaborativo e del suo stile tecnico.
L'alternativa, in alcune forme di psicoanalisi attuale, o è quella di eliminare semplicemente il parametro dell'inconscio come una delle polarità della vita psichica, oppure quella di non attribuire all'inconscio una forza deterministica, anche se esso viene ipotizzato come una polarità del funzionamento della mente, oppure ancora è quella di ritirarsi in un artificio tecnico per cui l'analista è in campo soltanto per il suo sapere, ma non per il suo sentire, e comunque come analista è un tecnico avulso dalla sua storia. Come se noi per essere scienziati non dovessimo più avere a che fare con l'enigma.
Allora, tanto più va salutato con calore questo libro di Franco Conrotto che certamente si impone per il rigore, la profondità e l'ampiezza con cui viene condotto il suo “itinerario freudiano”, esteso fino al discorso sulle nuove forme di patologia di cui oggi si discute.
Non è frequente l'opportunità