You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
In quei giorni di settembre Napoli era splendente. Conservava ancora i colori dell'estate che sembravano essersi poggiati, per un tempo indefinito, sul mare e sulla natura tutt'intorno.
Eppure quelle ore trascorse ad ascoltare discorsi psicoanalitici che avevano come tema la “realtà psichica” non facevano rimpiangere la bellezza di una “realtà esterna” così fascinosa e accattivante.
È che nella mente di noi psicoanalisti si congiungevano affetti diversi: da una parte il richiamo di una rievocazione storica simbolicamente significativa - i cento anni dalla lettera a Fliess (21 settembre 1897) in cui, convenzionalmente per noi, Freud istituiva il concetto di “realtà psichica” - dall'altra l'entusiasmo per la constatazione, in periodi in cui si parla da più parti della cosiddetta crisi della psicoanalisi, della fecondità e dell'energia del pensare metapsicologico.
Quel seminario oggi si è fatto libro, grazie alle “cure” di Celestino Genovese e di altri colleghi del Centro Napoletano di Psicoanalisi. E noi gliene siamo grati: sia per aver raccolto interventi così saturi di profondità e ricchezza teorica, sia, ripeto, perché questo saggio è testimonianza di come il pensiero freudiano conservi un'“euristica positiva” che è soggetta a continue rielaborazioni, in grado di dar vita a percorsi proteiformi, spesso del tutto inesplorati e dall'andamento poco prevedibile.
I relatori, psicoanalisti e filosofi, oltre che di un pensiero complesso e rigoglioso ci hanno fatto regalo della loro passione per l'oggetto psicoanalitico, passione che traspare, trasuda, direi, dalle parole che essi ci offrono.
È in questa condivisione passionale oltre che riflessiva, che mi colloco per tentare