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Nel 1834, una sera d'estate, Victor Hugo fa visita al suo amico Arago, più anziano di lui, all'epoca direttore dell'Osservatorio di Parigi. Arago: un grande scienziato, un ardente repubblicano, un ateo risoluto. Tre buone ragioni per non lasciarsi impressionare da qualche potenza sovrana, quale che essa sia.
Arago appresta il cannocchiale astronomico che ingrandisce, così dichiara, quattrocento volte l'oggetto osservato e dice a Hugo: “Guardate”.
Delusione nel visitatore: “Una specie di buco nell'oscurità, una brusca traversata di tenebre”.
Hugo: Non vedo niente.
Arago: State vedendo la luna.
Hugo: Non vedo niente.
Arago: Guardate.
Lo scambio di repliche, ferme le une quanto le altre, prosegue tra i due uomini, tra il grande visionario diventato cieco — “non vedo niente” — e lo scienziato osservatore che, invece, scopre del visibile nell'oscuro e, di colpo, può dare dei nomi a ciò che i suoi occhi fanno apparire. Vedere e nominare, visibile e leggibile potrebbero ricongiungersi? Dovrebbero?
Improvvisamente la pupilla di Hugo si dilata: che cosa distingue? Inizialmente non gran che: “È confuso, evanescente, poi la visibilità aumenta, si ramificano delle arborescenze, in quella lividezza si delineano dei compartimenti”