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Questo è un lavoro eminentemente clinico. Ricordo solamente come Freud nella sua opera (1921; ; 1932) esiti tra il considerare il concetto di Super-Io e quello di Ideale dell'Io come sovrapponibili e lo stabilire una netta differenza tra gli stessi.
Per uno studio critico della letteratura, rimando a Mancia (1979) e per quello più recente a O'Shaughnessy (1999).
Ricordo ancora che propone di sostituire al concetto di una o due strutture, una posizione “funzionalista”: considerare Ideale dell'Io, Super-Io, Ideale del Super-Io come “funzioni di un oggetto interno, o di tre oggetti interni o di qualunque oggetto interno”, riconoscibili e distinguibili tra di loro e da altre funzioni degli altri oggetti o dello stesso oggetto soltanto in “situazione”.
Dove la “situazione” è il processo psicoanalitico inteso, come uno svolgimento non lineare ma spiraliforme di introiezioni e “proiezioni” nel quale l'Ideale dell'Io e il Super Io agiscono come funzioni di oggetti che si modificano continuamente nelle loro caratteristiche di mitezza o esigenza maligna, a seconda delle qualità degli oggetti interni da cui sono stati esportati con le Identificazioni Proiettive e a seconda del tempo che hanno trascorso, per così dire, a soggiornare nel mondo interno dell'analista (e aggiungerei delle qualità della mente dell'analista che non può essere considerata una invariabile del processo).
Un approfondimento a parte — non facile — merita il pensiero di Bion al riguardo, che apre in modo forte alla possibilità autenticamente relazionale di guardare al problema del Super-Io.