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È trascorso ormai più di un secolo da quando Freud scriveva a Fliess di non desiderare assolutamente che la psicologia vagasse nell'aria senza basi organiche (Freud, 1887-1902), ma che oltre la sua convinzione, non aveva nulla di teorico né di clinico su cui fondarsi, e ci troviamo ancora a chiederci se il “misterioso salto” tra lo psichico e il somatico davvero esista, quale sia eventualmente la sua natura, o se sia un artefatto della nostra mente.
Come formulare un pensiero che abbia per oggetto il corpo, o la psiche, senza cadere in un riduttivismo organicista, o in una deriva ermeneutica, dove l'individualità vivente rischia rispettivamente di finire imprigionata entro i confini della propria pelle, o di perdersi in un gioco di rimandi all'intersoggettività, in cui il proprio centro si dissolve, sradicandosi dal corpo e dalla storia?
Come parlare di unità psiche-soma, quando il lessico stesso non ci offre che l'astuzia di un vocabolo che denuncia strutturalmente la propria inadeguatezza, unificando con un trattino ciò che la nostra mente ha già diviso?
Secondo Bateson, al centro della perplessità epistemologica che oggi tutti sperimentiamo, vi sono i primi accenni di una nuova visione del problema mente-corpo, che “sarà molto probabilmente unitaria” (Bateson, 1987 268).
Sulla base della sua competenza etologica, anche Lorenz sostiene che eventi fisiologici ed emozionali sono “il medesimo processo reale, del quale abbiamo esperienza, come per la materia e l'energia, l'irraggiamento corpuscolare e le onde elettromagnetiche, attraverso due modi di conoscere indipendenti ed incommensurabili. La parete divisoria che separa i processi fisiologici oggettivi e